Quel quarto d'ora tra celebrità e disperazione che accomuna Rossi e Vidal

"Ognuno, nella vita, ha diritto a un quarto d'ora di celebrità", sentenziava Andy Warhol. A Giuseppe Rossi i quindici minuti sono bastati per segnare tre reti e marchiare personalmente a fuoco la rimonta con cui la Fiorentina ha ribaltato il risultato contro la Juventus. Una partita che i tifosi viola racconteranno per anni a figli e nipoti, come fecero - e fanno - quelli del Torino narrando di un derby disputato il 27 marzo 1983: Dossena-Bonesso-Torrisi la filastrocca che ancora oggi risuona nelle orecchie bianconere. Rossi-Rossi-Rossi (più Joaquin, perché qui si è passati da 0-2 a 4-2) quella che da domenica definisce una delle rimonte più incredibili contro la squadra più odiata all'interno dei confini strettamente cittadini e festeggiata come se si fosse sollevata una Champions League. di Sandro Bocchio
16 AGO 20
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"Ognuno, nella vita, ha diritto a un quarto d'ora di celebrità", sentenziava Andy Warhol. A Giuseppe Rossi i quindici minuti sono bastati per segnare tre reti e marchiare personalmente a fuoco la rimonta con cui la Fiorentina ha ribaltato il risultato contro la Juventus. Una partita che i tifosi viola racconteranno per anni a figli e nipoti, come fecero - e fanno - quelli del Torino narrando di un derby disputato il 27 marzo 1983: Dossena-Bonesso-Torrisi la filastrocca che ancora oggi risuona nelle orecchie bianconere. Rossi-Rossi-Rossi (più Joaquin, perché qui si è passati da 0-2 a 4-2) quella che da domenica definisce una delle rimonte più incredibili contro la squadra più odiata all'interno dei confini strettamente cittadini e festeggiata come se si fosse sollevata una Champions League. Giuseppe Rossi non aveva bisogno di queste tre reti per conquistare la celebrità quanto, piuttosto, per ritrovarla. Perché lui è sempre stato attaccante vero, e non solo per il cognome che lo accomuna a Paolo, il centravanti che il 5 luglio 1982 fece piangere il Brasile con tre reti in uno straordinario tardo pomeriggio al Sarriá di Barcellona. Quel giorno in Spagna nacque Pablito come, anni dopo, è nato Pepito, quando il Rossi dei nostri giorni ha raggiunto il Villarreal per aiutare una piccola squadra di provincia a lottare con le grandi della Liga. Prima c'era stato il pallone preso a calci a Clifton, nel New Jersey, dove per football si intende tutt'altra cosa che da noi e dove papà Fernando insegnava italiano e palleggio. E quindi il ritorno in Italia, a Parma a dodici anni, per giocare seriamente, la chiamata di Alex Ferguson al Manchester United, i prestiti al Newcastle e ancora al Parma, per aiutare la vecchia squadra a conquistare una salvezza all'ultimo respiro. Gol e prestazioni che però non smuovono i nostri club a investire su di lui, malgrado fosse arrivato anche in Nazionale dopo aver rinunciato alle proposte degli Stati Uniti, che lo avevano tentato nel 2006 in virtù della doppia cittadinanza. Ci pensa il Villarreal - per l'appunto - convincendo lo United con undici milioni. Rossi in Spagna entusiasma e diverte ma, come Paolo, va incontro a una serie di infortuni che ha quasi dell'incredibile: tre volte il ginocchio destro, tre volte il crociato, tra rotture e ricadute. Una parabola personale in negativo simile a quella del Villarreal, retrocesso due anni fa e sponsorizzato da un aeroporto mai inaugurato, simbolo di una Spagna improvvisamente risvegliatasi dal sogno zapateriano. Un fallimento sportivo che ingolosisce molti club, con la Fiorentina davanti a tutti. Da Vila-Real arrivano prima Gonzalo Rodriguez e Borja Valero, quindi - a gennaio - il convalescente Rossi. Vincenzo Montella lo aspetta con pazienza, trattandolo come un oggetto prezioso. A inizio stagione gli mettono a fianco Mario Gomez, per una coppia potenzialmente devastante ma Rossi deve fare tutto da solo quando il compagno si infortuna a sua volta. E lo fa (parecchio) bene, con otto reti in altrettante partite, anche quando sembrava scomparire in mezzo ai giganti della Juventus: un rigore, un tiro malandrino dal limite e un contropiede perfetto i tre atti del trionfo, personale e viola. Sempre con piede sinistro. Sempre con quelle braccia alzate al cielo in ricordo del padre, morto tre anni fa.
E se al centravanti sono bastati quindici minuti per scrivere la storia, ad Arturo Vidal è servito decisamente meno per rotolare giù dal piedistallo su cui lo aveva posto la passione juventina, che lo aveva velocemente fatto ascendere nell'empireo dei migliori giocatori d'Europa (a voler stare stretti...). Passa neanche un minuto dall'ingresso al posto di Claudio Marchisio al maldestro colpo di tacco intercettato a metà campo da Borja Valero, pronto a trasformare l'azione nel contropiede del 3-2 di Joaquin. Un errore di presunzione che i tifosi bianconeri trasformano in insulti 2.0 in tempo reale, a coronamento della settimana complicata di Vidal. Perché lui non avrebbe dovuto neanche essere presente alla partita, visto che Antonio Conte era pronto a punirlo con l'esclusione per il ritardo di un giorno al rientro dall'impegno con il Cile. Impegni familiari, secondo le parole del giocatore. Eccesso di festeggiamenti, secondo i maligni, dopo aver guidato il Cile alla vittoria sull'Ecuador e alla qualificazione mondiale. Anche perché, in passato, Vidal era stato al centro di storie complicate nel rapporto con la Nazionale, soprattutto nella gestione del tempo libero, con tanto di cacciata due anni fa da parte del ct Claudio Borghi per essersi presentato decisamente poco sobrio. Ma allora si trattava di un affare tutto interno a dinamiche cilene e Vidal non era ancora così essenziale per gli equilibri juventini. Stavolta Conte ha deciso solo all'ultimo momento di non privarsi del giocatore, soprattutto in occasione di una trasferta delicata come Firenze. Quell'avventato colpo di tacco gli avrà forse creato più di un rimpianto.
di Sandro Bocchio